Cambiare il sistema prima di contestare le scelte dei singoli

Per molto tempo abbiamo creduto che la libertà coincidesse con la possibilità di scegliere. Cosa mangiare, come risparmiare, quanto consumare, che stile di vita adottare. E poi abbiamo finito per credere anche al suo rovescio: se qualcosa va storto – se il corpo si ammala, se il pianeta si surriscalda, se il futuro si fa più precario – da qualche parte deve esserci stata una cattiva scelta. Una nostra cattiva scelta. Ma questa non è altro che una delle grandi narrazioni morali del nostro tempo: quella che trasforma i problemi collettivi in colpe individuali.

It’s on You di Nick Chater e George Loewenstein analizza esattamente questo punto cieco della cultura contemporanea, e lo fa con autorevolezza. I due autori non sono proprio degli outsiders. Chater è professore di scienze comportamentali alla Warwick Business School, Loewenstein economista e psicologo alla Carnegie Mellon. Entrambi appartengono a quel mondo intellettuale che negli ultimi decenni ha contribuito a correggere l’immagine dell’individuo perfettamente razionale su cui a lungo si è retta la teoria economica. Non siamo di fronte a un pamphlet contro l’economia comportamentale, ma a un esame di coscienza condotto dall’interno.

Il fulcro della loro analisi è un’idea tanto familiare da risultare quasi invisibile: la tendenza a leggere i problemi collettivi come somma di scelte private. Gli autori la chiamano i-frame (individual frame). La incontriamo ovunque: nelle campagne sulla salute, nei discorsi sul risparmio, nelle retoriche ecologiche, nel linguaggio del benessere psicologico. Il pianeta si scalda? Dovremmo consumare meglio. Siamo sovrappeso? Dovremmo mangiare meglio. Non risparmiamo abbastanza? Dovremmo pianificare meglio. In breve: il problema sei tu. A questa cornice gli autori oppongono quella dello s-frame (system frame). L’idea che ciò che osserviamo dipenda soprattutto dalle regole del gioco, dagli incentivi, dalle istituzioni, dai mercati, dagli ambienti entro cui scegliamo. La conseguenza è chiara: molto spesso occorre cambiare il gioco, non limitarsi a correggere i giocatori.

Per cogliere la portata di questo messaggio bisogna comprendere cosa sia un nudge, termine spesso evocato e raramente chiarito. Una “spinta gentile” è un piccolo intervento sull’architettura delle scelte che orienta il comportamento senza imporre obblighi o divieti: posizionare un pulsante in un punto dello schermo, ricordare una scadenza al momento opportuno, collocare i cibi più sani dove è più facile notarli. L’idea, resa celebre da Thaler e Sunstein, è che individui distratti o impulsivi possano essere aiutati a decidere meglio attraverso minime modifiche del contesto. Chater e Loewenstein conoscono bene questo universo, si sono incontrati nell’orbita della Nudge Unit del governo britannico costituita dall’allora primo ministro David Cameron, e lì hanno maturato un crescente scetticismo. Non sostengono che i nudge siano inutili. Sostengono, piuttosto, che il loro prestigio sia stato sproporzionato rispetto ai risultati e, soprattutto, che la loro popolarità abbia rafforzato una visione del mondo in cui il sistema scompare e resta visibile soltanto la responsabilità del singolo. L’esempio più efficace è quello dell’impronta di carbonio, la cui diffusione è legata alla comunicazione di British Petroleum (BP). Nella comunicazione della corporation la questione climatica, invece di apparire anzitutto come problema di infrastrutture energetiche, regolazione pubblica e interessi industriali, viene ricodificata come somma di abitudini individuali. Facciamo docce troppo lunghe, mangiamo troppa carne, usiamo troppo l’aereo. Non è che queste scelte siano irrilevanti. È che, isolate dal loro contesto sistemico, diventano una perfetta distrazione morale.

Il libro tocca qui un punto filosoficamente decisivo. La responsabilità non consiste soltanto nel chiedere ai singoli di fare la cosa giusta, ma nel costruire istituzioni che non rendano sistematicamente difficile, costoso o vano farla. C’è, in filigrana, una lezione antica della filosofia politica, la libertà non è facoltà astratta di scegliere, ma qualità delle condizioni entro cui quella scelta prende forma. Se il mercato del lavoro premia l’insicurezza, se la transizione ecologica resta subordinata agli interessi fossili, se l’ambiente alimentare è progettato per indurre consumo compulsivo, allora l’invocazione alla responsabilità individuale rischia di trasformarsi in un modo elegante per non nominare i rapporti di forza. Una soluzione individuale è rassicurante, poco conflittuale, persino consolatoria. Una soluzione sistemica chiama in causa tasse, regole, investimenti pubblici, redistribuzione, dissenso democratico. Chiede che chi governa si assuma le proprie responsabilità.

It’s on You non è soltanto una critica al comportamentismo leggero che ha sedotto negli ultimi anni governi e imprese. È un invito a restituire dignità politica a ciò che troppo spesso viene interiorizzato come insufficienza morale. A ricordarci che una società decente non è quella che ripete ai suoi membri di scegliere meglio, ma quella che smette di chiamare scelta ciò che è stato costruito, fin dall’inizio, come obbligo.

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Nick Chater, George Loewenstein

It’s on You. How Corporations and Behavioral

Scientists Have Convinced Us That We’re to Blame for Society’s Deepest Problems

Basic Ventures, pagg. 352, € 24,72

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