Il lato oscuro del lavoro da remoto: senso di isolamento e meno innovazione

Oltre 600 fra manager e dipendenti di grandi imprese italiane sono finiti sotto la lente di ingrandimento per comprendere come le persone si siano adattate al lavoro da remoto in seguito all’emergenza sanitaria Covid-19 e come le aziende debbano supportare i propri addetti in prospettiva futura. Fra benefici e nuovi rischi, il tema dello smart working è l’oggetto del nuovo studio Work.Reworked promosso da Microsoft e condotto lo scorso agosto in 15 Paesi europei, Italia compresa, da KRC Research in partnership con Boston Consulting Group.

L’assunto di carattere generale che emerge dalla ricerca è sostanzialmente noto da tempo, ma apre contestualmente il fronte a una problematica ancora poco dibattuta: se il lavoro flessibile e le attività professionali svolte in modalità ibrida sono già “normalità” e sinonimo (spesso) di maggiore produttività, il remote working può anche avere degli effetti collaterali negativi.

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Analizzando in dettaglio i dati relativi al campione italiano, si può meglio capire la natura dell’allarme evidenziato dagli autori del rapporto. Ben il 77% delle imprese italiane, questo lo scenario di partenza, ha adottato nell’arco del 2020 modelli flessibili di lavoro (erano solo il 15% l’anno passato) e nel 66% dei casi i manager delle aziende intervistate vedono i propri dipendenti lontano dall’ufficio almeno un giorno alla settimana anche nei prossimi mesi.

Nella fase di “nuova normalità”, i leader hanno registrato benefici in termini di efficienza e di performance e il 71% di loro, in particolare, si dice convinto che le nuove modalità “ibride” di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Sei intervistati su dieci (il 64% per la precisione) credono inoltre che garantire l’attività da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori. Lo smart working (o per meglio dire l’home working), a conti fatti, è un fenomeno che la Covid-19 sembra aver sdoganato a livello di manager e dipendenti: nessuno intende tornare alle vecchie abitudini, e se i primi si aspettano l’introduzione di più procedure miste nel lungo periodo, i secondi prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo al di fuori del classico luogo di lavoro.

L’87% dei soggetti intervistati, e qui veniamo alla prima grande incongruenza, ha sì riscontrato una produttività pari o superiore rispetto a quando lavorava in ufficio, ma al contempo denuncia una flessione della capacità di innovazione. Solo il 30% dei manager, infatti, crede che la propria azienda possieda oggi una cultura orientata al cambiamento, rispetto al 40% del 2019, e allo stesso modo è stato rilevato un calo anche nella percezione dell’innovazione di prodotti e servizi, passata dal 56% al 47%.

Fonte: Il Sole 24 Ore