
Il team dei dottori e degli esperti anti-bufale dell’Ordine nazionale dei medici risponde ai principali dubbi sulla salute
Da molti anni gli esperti hanno messo in dubbio l’uso della parola “colica” per definire il pianto prolungato e inconsolabile dei neonati: questa espressione, infatti, riconduce la causa del fenomeno all’intestino, tanto che spesso si traduce nel linguaggio comune in “mal di pancia”. In realtà, a oggi, dopo quasi settant’anni dalla sua prima descrizione, non è ancora ben chiaro che cosa spinga un lattante, specie la sera e nei primi tre mesi di vita, a lamentarsi per ore, senza che nulla riesca a calmarlo o calmarla. Si è quindi deciso di sostituire l’espressione “coliche” con un più generico “Infant Distress Syndrome”, o sindrome da distress infantile. È questo il termine proposto dalle nuove linee guida Roma V – aggiornate, cioè, alla quinta edizione -, pubblicate dalla Rome Foundation, un’organizzazione internazionale di esperti che studia i disturbi legati all’interazione tra l’intestino e il cervello.
Le nuove indicazioni non cambiano solo il nome della sindrome da distress infantile, ma anche i criteri per diagnosticarla. Finora, infatti, per definire le coliche infantili si è sempre utilizzata la “regola del tre” stabilita all’inizio degli anni Cinquanta da un pediatra statunitense: la definizione richiedeva che un bambino cominciasse prima dei tre mesi a piangere almeno tre ore al giorno, per almeno tre giorni a settimana, per almeno tre settimane di fila. Per la sua semplicità, la formuletta ebbe molto successo, ma chiaramente era restrittiva rispetto a un disturbo che può essere variabile, ma spesso condiziona in maniera significativa la serenità di una famiglia. Per questo, oggi si è deciso che la sindrome da distress infantile si possa diagnosticare quando il bambino, prima di compiere cinque mesi, comincia a piangere o agitarsi a lungo senza apparente motivo, con episodi che si ripetono nel tempo e che i genitori non riescono né a prevenire né a risolvere in alcun modo. È importante la precisazione “senza apparente motivo”, perché ci possono essere condizioni patologiche che spingono il piccolo ad agitarsi in questo modo. Prima di parlare di sindrome da distress infantile occorre quindi anche che il pediatra abbia escluso altre possibili cause del disagio.
Non sappiamo ancora con certezza che cosa provochi la sindrome da distress infantile, e per questo è stato abbandonato il termine “colica”, che richiamava disturbi intestinali. In passato, infatti, si pensava che il disagio derivasse dalla presenza di aria nella pancia o da un reflusso di acidi gastrici dallo stomaco all’esofago, ma nessuna di queste teorie ha retto alla prova di studi controllati sull’efficacia di farmaci specifici che, se queste fossero state le cause, avrebbero dovuto apportare beneficio. Un’interessante linea di ricerca riguarda la composizione del microbiota intestinale, che in questi bimbi e bimbe potrebbe essere più uniforme, con una minore varietà di microrganismi, rispetto a quello dei coetanei che non soffrono di “coliche”. A supporto di questa interpretazione ci sono studi che mostrano un certo beneficio dalla somministrazione di alcuni probiotici, cioè ceppi batterici vivi che dovrebbero avere un’azione benefica sull’intestino, ma si tratta di dati che richiedono ulteriori conferme.
Un altro filone di ricerca guarda al sistema nervoso del o della lattante, che dopo la nascita deve acquisire la capacità di regolare stimoli interni come fame e sete, caldo e freddo – ignoti quando si trovava nell’utero materno -, ma anche di adattarsi alle sollecitazioni esterne, come luci, rumori non più attutiti, movimenti, ambienti diversi. La tranquillità dell’adulto che lo o la prende in braccio, lo culla, gli sussurra o canta ninna nanne può aiutarlo a calmarsi, mentre, viceversa, stanchezza, ansia e nervosismo possono innescare un circolo vizioso negativo.
Prima di tutto, davanti al pianto di un bambino o di una bambina che ancora non sa esprimere i suoi bisogni, occorre verificare che non abbia dolore da qualche parte, fame o sete, caldo o freddo, che non abbia sporcato il pannolino o non sia soggetto a un’eccessiva stimolazione da parte dell’ambiente in cui si trova (per approfondire leggi la scheda “Se un neonato piange mi devo preoccupare?”.
Se rimediare a queste possibili fonti di disagio non basta a calmarlo, si possono provare varie strategie (ricordiamo che le tisane al finocchio non sono indicate e capire quale può essere più adatta al singolo. Il sito del Children’s Hospital di Philadelphia ne suggerisce alcune: Prendere in braccio il bambino e cullarlo, magari camminando per la stanza, avvolgendolo in una copertina soffice, cantando e parlandogli dolcemente; Piegarsi avanti e indietro mentre lo si tiene in braccio, oppure trovare altri modi per farla o farlo dondolare; Massaggiargli gentilmente la schiena; Cambiargli posizione, tirandolo su seduto se era sdraiato o girandolo col viso verso l’esterno; Tenerlo vicino a suoni bassi e ritmici, come il rumore della lavatrice, di un ventilatore o la registrazione del battito di un cuore, o più in generale a quelli che vengono definiti “rumori bianchi” (non il phon che può essere molto pericoloso). Uscire a fare un giro in macchina, il cui movimento e rumore calma molti bambini; Provare a dargli o darle un ciuccio.
Ma soprattutto, in tutto questo, è importante che gli adulti che si prendono cura del bambino o della bambina tutelino anche la propria serenità, chiedendo e accettando aiuto, per evitare di alimentare quel circolo vizioso di cui si parlava sopra.
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