
Bilancio Ue, più spazio a industria e competitività
E la coesione, che dagli anni ’90 rappresenta il pilastro delle politiche comunitarie? Ridimensionata a beneficio della competitività. Un cambio di paradigma non da poco, che rispecchia forse il nuovo ruolo che l’Europa è chiamata a svolgere: Bruxelles punta a costruire campioni industriali, infrastrutture tecnologiche e leadership geopolitica.
Cosa succede alla coesione
Nel documento – che ha ufficialmente iniziato il suo iter negoziale tra Parlamento e Consiglio – si propone di racchiudere i 14 strumenti di investimento territoriale sotto un unico cappello costituito dai «Piani di partenariato nazionali e regionali». La dotazione complessiva è di 865 miliardi di euro (sui 2mila miliardi totali) «per la coesione economica, sociale e territoriale, l’agricoltura e il mondo rurale, la pesca e il mare, la prosperità e la sicurezza».
Meno strutture, ma con il rischio di avere anche meno voce in capitolo. È questo il timore che attraversa le Regioni. Una riforma ambiziosa, che punta a snellire la macchina dei fondi strutturali, ma che sembra accentrare il processo decisionale depotenziando il ruolo dei territori.
La reazione dei territori
Le critiche non si sono fatte attendere: da ben prima della presentazione della proposta di bilancio, europarlamentari e governatori locali si erano opposti contro la centralizzazione dei fondi territoriali. Sulla scrivania della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, erano infatti già arrivate, per opporsi alla riforma, una nota firmata da 149 regioni europee e una lettera di Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, mandata dopo la Conferenza Stato-Regioni del 10 luglio.
In seguito al 16 luglio, il Parlamento – che avrà l’ultima parola sull’approvazione del bilancio – ha poi avvertito come «spingere i programmi di successo in mega-fondi ombrello rischi di compromettere politiche collaudate che hanno dato risultati concreti e migliorato il tenore di vita». E ha aggiunto come questa riforma potrebbe «indebolire il ruolo delle autorità regionali e locali nella gestione dei fondi, mettendo gli agricoltori contro le regioni o le regioni contro i governi nazionali».
Fonte: Il Sole 24 Ore