In concorso alla Mostra di Venezia il nuovo film dell’autore ungherese László Nemes, regista de “Il figlio di Saul” e di “Tramonto”
Fonte: Il Sole 24 Ore
Teona Strugar Mitevska non è nuova a realizzare prodotti controversi e incentrati sul tema della religione: il già citato “Dio è donna e si chiama Petrunya”, ad esempio, racconta di una particolare cerimonia religiosa, che si conclude con il lancio in acqua di una croce che i ragazzi dovranno recuperare. Solo i maschi possono partecipare, ma la protagonista si getta nel fiume e la prende per prima, dando vita a un vero e proprio scandalo mediatico.
Il tema dell’aborto e una buona interpretazione
«Presento questa Madre quasi come l’amministratrice delegata di una multinazionale, instancabile e ambiziosa»: bastano anche queste parole della regista macedone per comprendere come la sua visione sia decisamente distante da ciò che ci aspettiamo.
Tra i temi che il film affronta c’è quello dell’aborto e la posizione particolarmente controversa tenuta da Madre Teresa sulla questione è senza dubbio un argomento che affiora durante la visione.
Mitevska associa questi spunti alla rappresentazione di una donna dal carattere deciso, ma che mostra anche numerose fragilità tipicamente umane. “Mother” ha sprazzi coraggiosi, ma forse la visione d’insieme avrebbe potuto essere ancor più sconvolgente e spiazzante.
La cinepresa è costantemente attaccata al volto e al corpo del personaggio, in alcuni casi offrendo una forte dose di realismo e partecipazione emotiva, in altri in maniera eccessivamente gratuita e forzata.
Fonte: Il Sole 24 Ore
C’è qualcosa di misterioso e seducente in Lucerna, oggi più che mai meta di turisti internazionali, soprattutto orientali. La sua pace, la sua bellezza potente e poco esibita, aveva già attratto artisti illustri come Richard Wagner che, dopo avervi soggiornato, scriveva «Silenzio e pace intorno a me, ovunque vada sono circondato da un vero e proprio paese delle meraviglie: non conosco un luogo più bello».
Impetuoso e perennemente in fuga, il compositore tedesco amava il Paese dei laghi e delle montagne; l’aveva scoperto nel 1849 quando si era trasferito a Zurigo presso l’amico Franz Liszt, in fuga per aver partecipato ai moti liberali; abbandonerà la città velocemente dopo essersi innamorato di Mathilde Wesendonck, moglie del suo maggior mecenate. Uno scandalo che lo costrinse a peregrinare per alcuni anni prima di stabilirsi a Monaco, dove risiedeva il direttore d’orchestra Hans von Bülow con la sua giovane moglie Cosima Liszt, figlia di Franz. E’ il 1863, Wagner ha già cinquant’anni e, nonostante l’amicizia con von Bulow, non resiste al fascino di Cosima. Sarà una relazione d’amore intensa e profonda da cui nasceranno Isolde nel 1865, Eva nel 1867 e nel 1869 Siegfried; per proteggere i suoi affetti, la sua musica Wagner con Cosima e i figli si nascose a Lucerna.
Il rifugio di Wagner
Nella Villa di Tribschen l’artista soggiornò con Cosima Liszt-von Bulow dal 1866 al 1872; è una residenza bianca costruita a due piani, il tetto in tegole rosse ed è situata sulla sommità di una collina che guarda il Monte Pilatus poco distante dalle rive del lago. Dal 1933 Villa di Tribschen è diventata Richard Wagner Museum, tappa obbligatoria per chi visita la città, non solo per gli amanti della musica. Nel parco una targa ricorda il grande concerto che Arturo Toscanini diresse nel 1938 per omaggiare l’autore. Nella palazzina Wagner terminò la sua opera “Die Meistersinger von Nürnberg”, continuò a comporre “Ring der Nibelungen”; completò “Siegfried” e proseguì con la composizione de “Götterdämmerung”; inoltre scrisse il “Wahlspruch für die Feuerwehr” per i vigili del fuoco e, in occasione della fondazione dell’impero tedesco nel 187, la “Kaisermarsch”, marcia imperiale. Il percorso museale ricostruisce la vita del compositore, poeta, regista teatrale, direttore d’orchestra e saggista tedesco.
Viaggiando nella sua storia
Nella “Meistersinger Stube“, la stanza dei cantori Wagner allestì la sua biblioteca/studio dove lavorò a diverse opere; esposte diverse partiture, affiancate dagli scritti degli anni di Tribschen; tra i quali anche la sua autobiografia intitolata “Mein Leben” la mia vita, che lui dettò a Cosima. La visita alla casa museo è accompagnata da un’audio guida documentata e rigorosa che racconta l’esistenza di Wagner, le sue scelte politiche, musicali e teatrali, il suo rapporto con Ludwig II, giovane sovrano salito appena diciottenne al trono di Baviera; ripercorrendo l’esistenza del musicista l’analisi dell’antisemitismo wagneriano è analizzato con chiarezza. Attraverso l’audio guida si possono ascoltare diversi brani wagneriani che collocano la composizione in quel preciso momento di vita e storico. Al centro di una stanza vi è un ritratto Ludwig II, l’ospite più illustre che alloggiò a Tribschen, Wagner non poteva non essergli riconoscente: il sovrano oltre a pagare l’affitto della villa, servitù compresa, si era fatto carico delle modifiche esterne e interne che il compositore aveva voluto, fra cui arredi e stoffe pregiate. Al centro del salone il suo pianoforte Erard, di cui si può ascoltare, in cuffia, il suono purissimo; sullo strumento il compositore aveva fatto incidere i nomi di Siegfred e Tristan. Wagner ne era entusiasta: «La gioia di suonare questo strumento, solo l’esecutore la può provare.» Wagner portò l’Erard a Venezia, Parigi, Biebrich, Vienna, nel 1864 fu costretto a venderlo per pagare i debiti ma lo riacquistò dieci anni dopo. adesso è lì dove il Maestro desiderava.
Richard-Wagner-Weg 27, 6005 Luzern (CH)
Fonte: Il Sole 24 Ore
Molto si è mitizzato sul rapporto tra Giacomo Puccini ed Enrico Caruso vuoi per lo stile di vita bohemien condotto da entrambi vuoi per la passione in comune per la Toscana rurale dove fecero scorribande da viveur. L’indubbia somiglianza per le scelte di vita ora si rafforza dalle carte di famiglia in possesso dei discendenti del grande tenore che toglie i dubbi residui sul loro incontro effettivo ed elettivo.
A testimonianza sono i carteggi custoditi nell’archivio di famiglia da cui emerge la conferma dei rapporti tra i due. Neanche estemporanei come riportato da celebri aneddoti ma costanti ed assidui; tutto ebbe inizio su iniziativa della compagna del tenore Ada Giachetti, soprano, che lo introdusse verso la dimora pucciniana di Torre del Lago, nell’estate del 1897. Lei aveva tutti i requisiti per convincerlo, provenendo da un ceto sociale ben più elevato del suo amato e sapendo ben muoversi in quel mondo. I documenti di famiglia oltre a confermare la veridicità della frase stupita “Ma chi ti manda Dio? ” rivolta dal Maestro al tenore attestano anche la frequentazione tra i due. Un’amicizia vivace, caratterizzata dalle peculiarità proprie dei due personaggi entrambi vitali oltre che irascibili: spesso Puccini si recava a Lastra a Signa a trovare Caruso data una certa complicità ed essere “sempre pronti…a non perdere l’occasione”.
La Bohème
Non poteva quindi essere titolo più azzeccato del libro bilingue “Puccini e/ and Caruso” a cura di Laura Valente , l’ideatrice del museo permanente dedicato al tenore inaugurato a Napoli due anni fa per l’anniversario della nascita (1873). Il libro ribadisce ed evidenzia lo stretto legame tra i due sopperendo alla mancanza di un’ampia documentazione diretta sul loro rapporto personale.
Per quanto non vi siano prove concrete di un incontro tra i due durante la prima rappresentazione de La Bohème (1896), come spesso si racconta, è certo che le loro strade si incrociarono poco dopo e a lungo. L’esordio del giovane Caruso alla Scala avvenne nel 1900 proprio nella stessa opera pucciniana, sostituendo un altro tenore all’ultimo momento. Questo evento segnò l’inizio di una collaborazione artistica che sarebbe durata per anni e che avrebbe portato alla nascita di alcune delle più celebri interpretazioni di arie pucciniane poiché la voce di Caruso, potente e versatile, si adattava perfettamente alle parti scritte da Puccini. Oltre alla affinità artistica c’è quella della vita vissuta da Caruso sulle tracce pucciniane della Toscana percorsa in lungo e in largo in automobile dal compositore natio di Lucca.
Un connubio spesso favoleggiato che pian piano dalle carte dei familiari e dagli studi musicologici a cura di Laura Valente sta diventando sempre più reale sottraendo molto alla aneddotica spesso abusata per dare più spessore storico e biografico.
Fonte: Il Sole 24 Ore
«È un film d’amore per famiglia, ma anche per le istituzioni e su un modo di fare politica che è sempre, purtroppo, secondo me, più inattuale, quello legato all’esercizio della responsabilità. È anche un film sul dubbio. Il dubbio viene sempre visto come una debolezza. Invece, penso che l’esercizio del dubbio sia una delle qualità, ormai poco frequentate, che dovrebbe avere un politico. La degenerazione del dubbio era quella che una volta, nella Prima Repubblica, si chiamava immobilismo. Ma quell’esercizio del dubbio, soprattutto su temi che comportano dei dilemmi morali, come concedere una grazia o firmare una legge sull’eutanasia, è una condizione significativa. Oggi, invece, si assiste troppo spesso a figure, a uomini di potere, che esercitano delle certezze», che non sono supportate da ideologie, ma all’utilità del momento. E spesso vengono contraddette il giorno dopo conclude il regista.
Molti hanno ravvisato nella figura di De Santis nel presidente Mattarella, Scalfaro per lo stretto legame con la figlia, e Cossiga per quella abitudine attendista che aveva sciolto negli ultimi tempi del suo mandato per trasformarsi in un “picconatore”.
«Il film nasce da uno spunto di cronaca: quando Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. Mi era sembrato subito un dilemma morale interessante da raccontare. Il dilemma è un formidabile motore narrativo più di ogni altro».
Molti altri i temi che costellano questo film che pone sul tavolo questioni serie, ma le condisce con elementi comici, come nella tradizione della Commedia all’italiana. In particolare, una amica irriverente battutista formidabile, Coco (Milvia Marigliano), Gué Pequeno, la direttrice di «Vogue» e molto altro.
E infine la riflessione sulla grazia: «La grazia è molto più della bellezza. È un atteggiamento nei confronti della vita: amoroso, rispettoso, fortemente esercitato dal personaggio, anche nel senso della paternità».
Fonte: Il Sole 24 Ore
Recuperare i manoscritti, le notazioni, le partiture, le trascrizioni e i resoconti dell’epoca, rispolverare i ricordi, rifare i segmenti delle coreografie perdute: sono questi alcuni dei tratti che il ballerino e coreografo Pierre Lacotte adottò nel 2001 nel suo progetto di allestimento dell’antico balletto del 1846 per l’Opéra de Paris. Un titolo, quello di “Paquita”, in grado di svelare il coté brioso, vivace e virtuoso della coreografia ottocentesca qui rimaneggiata rispettando le estetiche proprie della danza di due secoli fa ma adattata ai danzatori dell’epoca presente, come a osservare una prassi peculiare, nonché ineludibile, dello sviluppo storico dell’arte di Tersicore.
Oggi il lavoro approda per la prima volta alla Scala in una nuova produzione con le scene e i costumi di Luisa Spinatelli che torna nei dintorni di Saragozza dopo venticinque anni dalla prima francese ripensando un armonioso allestimento interamente realizzato dalle maestranze scaligere adottando la sua distintiva cifra stilistica della tradizione pittorica della scena dipinta. Oltre duecento i costumi di ispirazione storica confezionati in perfetta corrispondenza con i figurini dell’epoca della creazione: irresistibili, segnatamente, i corpetti color granato del corpo di ballo.
Jean-Guillaume Bart e Gil Isoart sono i due Professeurs du Ballet de l’Opéra de Paris incaricati della ripresa coreografica qui alla Scala alle prese anche con l’arduo tentativo di rispolverare taluni cardini dello stile francese e che la “troupe” del Piermarini recepisce validamente. Sotto questo profilo una nota di merito è da riservare alla prima ballerina “étoile” del teatro impegnata nel ruolo del titolo, fin dalla prima rappresentazione Nicoletta Manni palesa disinvoltura, tempra e smalto tecnico riuscendo a regalare tratti convincenti anche nelle azioni mimiche del primo atto nonostante l’esile profilo drammaturgico dell’opera. Salda la tecnica di Nicola Del Freo nei panni di Lucien d’Hervilly benché restino da ingentilire i “port de bras”.
Una vera leccornia sono il “pas de trois” del primo atto e il “Grand pas” del secondo atto che gli scaligeri consegnano vigorosamente archiviando rapidamente alcuni sincronismi non sempre eccellenti dei primi segmenti del balletto. Un appuntamento imperdibile e un’autentica ghiottoneria per gli estimatori del balletto è questa “Paquita” presentata come omaggio a Pierre Lacotte e al suo lavoro per la rinascita dello storico titolo su musica di Deldevez e Minkus qui affidata alla revisione e al completamento di David Coleman.
L’omaggio romano con “Marco Spada”
Sarà il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma guidato da Eleonora Abbagnato a corroborare il tributo a Pierre Lacotte e alla danza francese il prossimo mese di ottobre. Per sette recite la “troupe” capitolina rispolvererà il balletto in tre atti e sei scene “Marco Spada” di Daniel François Esprit Auber ricostruendo l’allestimento storico del 1981 che recava la firma di Pierre Lacotte per la coreografia, le scene e i costumi. Un ritorno, dunque, a quella storica produzione romana con l’indimenticata presenza di Rudolf Nureyev e che tre anni dopo approdò anche all’Opéra de Paris. Oggi l’Opera di Roma – con orchestra, “étoiles”, primi ballerini, solisti, corpo di ballo e allievi della scuola di danza – riporterà in scena la rarissima creazione di Lacotte. Per l’occasione non mancheranno gli artisti ospiti: in alternanza nelle varie recite Igor’ Cvirko, Principal dancer del Bolshoi di Mosca, e Iana Salenko, Principal Guest presso lo Staatsballet di Berlino.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Il surreale che traspare dal reale, dal modo di osservare che trascende il momento, l’immediatezza e il quotidiano, traendo da essi l’universalità: lo sguardo di Mimmo Jodice si confronta con quello di Giorgio de Chirico, in un dialogo naturale, in quello stesso universo metafisico che sembra riflettersi tra le immagini di Napoli realizzate dal fotografo e le opere del pittore.
“Mimmo Jodice. Napoli metafisica” è il titolo della mostra ospitata (fino al 1° settembre) tra la Cappella Palatina, la Cappella delle Anime del Purgatorio e l’Armeria di Castel Nuovo di Napoli, promossa dal Comune di Napoli, in collaborazione con lo Studio Mimmo Jodice e la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico: un viaggio tra cinquantasei vedute (tra cui 5 inediti) della città, creati da un autore nato nel capoluogo partenopeo, che non ha mai voluto lasciare, riuscendolo a fotografare e a descrivere in maniera inedita e profonda. E in questo percorso, curato da Vincenzo Trione e che si inserisce nel progetto “Napoli contemporanea 2025”, le immagini – come si diceva – sono messe in relazione con alcuni dipinti di Giorgio de Chirico (come “Interno metafisico con officina e vista sulla piazza”), in una sorta di specchio, di colloquio, tra una metafisica ed un linguaggio surreale e concreto allo stesso tempo, che caratterizza la poetica di entrambi.
Le angolature particolari, le diagonali, le statue, le architetture e i monumenti, con il passato che si riflette in un modernismo di cui si coglie la decadenza, la solitudine dell’uomo e della società: un tratto preciso, che va oltre l’aspetto documentario, per far parlare l’oggetto del ritratto, con rara potenza. Aspetto che connota il bianco e nero delle opere di Jodice, così come il colore e la forza dirompente di quelle di De Chirico. Come in un tutt’uno: cambiano i luoghi, ma l’essenza dell’interpretazione, dello sguardo, sembra trascendere il tempo ed i mezzi utilizzati, fondendosi in un’unica arte. Le fotografie vintage – stampate direttamente dall’autore – si susseguono, così, tra le sale di Castel Nuovo, attraverso otto capitoli “ispirati ad alcuni archetipi dell’immaginario metafisico” (“Apparizioni”, “Vuoto”, “Da lontano”, “Monumenti”, “Statue”, “Archi”, “Colonne”, “Ombre”), facendo emergere “Jodice artista spirituale”: una visione che viene sottolineata anche nel documentario che Mario Martone ha dedicato al fotografo napoletano (“Un ritratto in movimento. Omaggio a Mimmo Jodice”), e nella poesia inedita “Per Mimmo Jodice” firmata da Valerio Magrelli, opere incluse nella stessa mostra.
Una visione spirituale di una città, dunque, colta non – come si accennava – nell’attualità, ma in una sorta di superamento dello spazio e del tempo, in un momento dilatato, in un’immagine del silenzio. Immagine metafisica, appunto, che riesce a comunicare, a trasferire una sensazione, in una forma differente, propria, divenendo universale.
“Mimmo Jodice. Napoli metafisica”, a cura di Vincenzo Trione, Castel Nuovo, Napoli, fino al 1° settembre 2025
Fonte: Il Sole 24 Ore
Passiamo oltre ai Rin Tin Tin, Rex, Lassie, Beethoven, Zanna Bianca e ai disneyani Pongo, Aristogatti e Stregatto che hanno già l’Oscar nel nostro cuore infantile. Sorvoliamo anche sugli odierni divi a quattro zampe, che fanno le passerelle assieme agli umani (vedi Richard Gere con Hakiko). E concentriamoci sui quadrupedi che hanno avuto un ruolo fondamentale per alcuni grandi registi e attori, dando, di fatto, voce a un’urgenza espressiva o aiutandone l’espressione.
Addio al linguaggio di Godard
In Addio al linguaggio Jean-Luc Godard nel 2014 aveva usato il suo amato cane Roxy per trasmettere un sentimento di frustrazione e di perdita di orientamento nel mondo, la constatazione e l’accettazione di un senso di incomunicabilità soverchiante, prodotto dal frantumarsi della civiltà della parola. A guidare l’osservazione attonita del regista di fronte alla digitalizzazione, all’incombere dell’era delle immagini narcisistiche ed estetizzanti, sono i vagabondaggi di Roxy, che lambisce il rapporto tra un uomo e una donna che si amano ma non si comprendono. La sua presenza magica riporta il senso profondo dell’esistenza in un film radicale e sperimentale che affida agli animali il compito di salvare il mondo, abbrutito e incorporale, come creature immanenti, indenni dalla vanità e vicini alla verità.
White God – Sinfonia per Hagen
Nello stesso anno un regista innovativo e rivoluzionario, l’ungherese Kornél Mundruczó (autore dell’indimenticabile film sull’Olocausto, Quel giorno tu sarai, 2021), lancia un messaggio politico al governo di ultra destra, guidato da Viktor Orbán, attraverso la storia di un branco di cani randagi che si vendica contro l’imposizione in Ungheria di una tassa ai padroni di cani di razza non pura, invitandoli, di fatto, a sbarazzarsene. White God – Sinfonia per Hagen si intitola quello strano film che ha vinto Un Certain Regard a Cannes. Un altro Luc, senza il Jean, che di cognome fa Besson, dopo aver chiesto a Matteo Garrone di usare lo stesso titolo di un suo film del 2018, porta nel 2023 sugli schermi Dogman, una favola nera con una forte carica personale. Il protagonista è un emarginato paraplegico (Caleb Landry), che vive in simbiosi con un branco di cani da lui addestrati e grazie a cui interviene a risolvere casi di ingiustizia. Nel film c’è tutta l’infanzia solitaria di Besson, vissuta in simbiosi, dopo il divorzio dei genitori, con il cane Socrate.
L’epica di Garrone e Burton
L’altro Dogman, quello di Garrone, ha la stessa vena thriller di quello di Besson, ma è originato dalla cronaca, il delitto del canaro, il cui protagonista è un toelettatore di cani, che si barcamena tra un lavoro legittimo e lo spaccio. Così come ne L’imbalsamatore (2002), film che aveva lanciato Garrone, dove sempre dagli animali si parte, ma qui impagliati. È stata, invece, una nostalgia fisica a ispirare Tim Burton per Frankenweenie, in cui il suo cane Pepe riveste le sembianze di Sparky, investito da un’auto, che torna a vivere grazie agli esperimenti galenici del suo padrone. Stile gotico in stop motion e molta dolcezza del regista più affezionato alla poesia dell’aldilà.
Wes Anderson e Flow
Wes Anderson, invece, usa L’isola dei cani per affidare all’animazione, cara all’infanzia, il suo film più duro, metaforico e pessimista, in cui creature a quattro zampe riproducono la ferocia umana, che va oltre alla difesa e alla fame, nell’isola-discarica, in cui i cani sono confinati. Di segno opposto, Flow-Un mondo da salvare di Gints Zilbalodis, dove gli animali sono protagonisti di una fuga durante un’alluvione biblica e hanno movenze animalesche. È questo a renderlo speciale, per il distacco dall’imperante umanizzazione disneyana.
Fonte: Il Sole 24 Ore
E se anche i pulcini vedessero le facce nelle nuvole? Grandi facce coscienza? Se lo chiede Giorgio Vallortigara, professore di Neuroscienze e cognizione animale all’Università di Trento in A spasso con il cane Luna (Adelphi, pagg. 222, € 14), un libriccino pieno di sorprese. Vallortigara è una vecchia conoscenza di questo giornale: la prima volta che il suo nome vi è comparso, nel 2005, s’era fatto notare per aver scritto un saggio sul cervello di gallina, sostenendo che era assai utile per capire quello umano. Già. E ne mostrava molte prodezze, come la capacità di fare una stima della numerosità dei chicchi.
La seconda volta invece, nel 2007, ne scrivemmo perché aveva pubblicato uno studio su un pesce filosofo. Un piccolo variopinto pinnipede del lago Tanganica, l’Astatotilapia burtoni che – alla stregua di Aristotele (ricordate il classico sillogismo: «Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale»?) – sa fare l’inferenza transitiva: dedurre cioè una relazione sconosciuta sulla base della conoscenza di un’altra relazione. In pratica riesce a fare questo tipo di riflessione: se Marcello è più alto di Claudio, e Claudio è più alto di Luca, allora Marcello è più alto di Luca. Non che al pesciolino importi molto chi sia lo spilungone del gruppo: gli interessa piuttosto capire chi – tra i suoi simili – picchia più forte, così da risparmiarsi qualche inutile zuffa.
Dopo quella seconda volta, Vallortigara ha iniziato a scrivere direttamente sulla «Domenica», e alcuni degli articoli pubblicati sono raccolti in questo volumetto che – tra la mente di un bassotto e il cervello di un matematico, tra un prodigioso blob unicellulare e un pappagallo cinerino altruista – saltella con una leggerezza da canarino – a volte con qualche balzo da cavalletta – tra alcune delle domande più affascinanti che il sapiens si pone da millenni: che cosa è l’intelligenza? che cosa è la coscienza? chi la possiede? la matematica è una lingua? pensiamo attraverso il linguaggio? perché qualcuno è altruista? dove è custodita la memoria?
Leggendolo, scopriamo ad esempio che quello di cercare le forme nelle nuvole è proprio un pallino di Vallortigara e ha qualcosa a che vedere coi lupi, coi cani, col nostro bisogno di raccontare storie. Come? Si parte da Alcibiade, un bassotto che col suo padrone «ha intessuto una trama di affetti e comprensione reciproca straordinariamente fitta». Non aspettatevi possa accadere con un lupacchiotto: 15mila anni fa è iniziato il processo di domesticazione che ha cambiato oltre che la morfologia, anche la mente del lupo grigio rendendolo molto più capace di “leggere” i segnali comunicativi di un’altra specie, la nostra. La domesticazione, scrive Vallortigara, è una sindrome che pare aver premiato chi aveva un ritardo o un difetto ereditabile nello sviluppo delle cellule staminali della cresta neurale che ha provocato negli ex-lupi tanti cambiamenti: muso accorciato, orecchie flosce, abbaio festoso, scodinzolio, tratti neotenici (ovvero più simili a quelle dei cuccioli), ma anche uno sviluppo più lento o immaturo delle ghiandole surrenali – ghiandole che rilasciano gli ormoni dello stress e servono a preparare l’animale alla lotta e alla fuga – facendo dei cani dei docili simpaticoni. Del resto, anche in animali molto diversi quali i pesci zebra, uno sviluppo alterato della cresta neurale – in questo caso indotto artificialmente, rendendoli transgenici – ha un effetto “pacificante”: i pescetti dal Dna modificato sono risultati molto meno ansiosi.
Il primatologo di Harvard, Richard Wrangham, sostiene che un meccanismo di domesticazione simile a quello che ha esercitato sul cane, l’essere umano l’avrebbe rivolto anche a sé stesso, rendendoci meno aggressivi dei cugini scimpanzé e aprendo la strada a menti capaci di sostenere forme di socialità basate più sulla cooperazione che sulla competizione. È così, probabilmente, che siamo diventati tanto bravi a leggere le menti altri, e a attribuire stati mentali quali desideri, scopi e intenzioni a qualunque cosa ci capiti a tiro, dal dispotico Alcibiade fino a figure geometriche fatte muovere opportunamente sullo schermo: nella nostra testa diventano immediatamente protagonisti di una storia. «Ecco il triangolo cattivo che sta inseguendo il cerchio, che scappa, poverino, consapevole che sta per essere raggiunto, ma il triangolo…»: Paul Bloom ha mostrato che anche bambini di pochi mesi attribuiscono a queste figure caratteri di “bontà” e “cattiveria”.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Ce ne sono ancora tante di lusignis, le lucciole, in Friuli, basta salire in Carnia o abbandonarsi a una notte d’estate sulle colline moreniche udinesi. E sono la luce che accende la fantasia, il sogno, le voci antiche, il desiderio di rifugiarsi nel ricordo e trovare pace. Le insegue anche Angelo Floramo, Premio Nonino Risit d’Aur nel 2024 e scrittore prolifico, con il suo libro Vita nei campi. Storie di terra, uomini e bestie, erede dell’omonima trasmissione radiofonica che tanto successo ha in Friuli. Le racconta così, con la meraviglia di un bambino e la coscienza di un uomo ormai adulto che riconosce quanto il tempo sia irripetibile: «Correre scalzi a perdifiato dentro alla magia delle lucciole era un’esperienza che conservava tutto il sapore dell’incanto. Come se le fiabe raccontate sul bordo del letto, prima di dormire, prendessero vita tutte in una volta e cominciassero a fluttuare intorno, in una vertigine di sensazioni». Floramo racconta con gusto e un sorriso sornione, fila storia e storie perché, da bambino, «i sonni, profondissimi e quieti, si popolavano di sogni, eccitati dalla vita all’aria aperta».
Quella vita è pagine odorose, sospese fra campi e boschi, perse in quadri di sagace autosufficienza e di miseria orgogliosa. È tradizione e civiltà contadina. Nessun compiacimento, solo il racconto partecipato di un mondo che vive ancora nei piccoli villaggi e in una lingua, quella friulana, plasmata da invasori agguerriti e confini, per fortuna, ricchi e porosi: «è un privilegio, per me, poter raccontare quella storia che ancora oggi sopravvive, non solo nella memoria, ma in certe tradizioni viscose, che si appiccicano al tempo delle sagre e a quello della festa, in consuetudini che diventano paesaggio, sapore, colore. Alle volte, nostalgia». Il racconto è un vero lunario, tutto scorre, i mestieri dei campi e delle donne, la storia e l’oggi, al ritmo delle lune, quelle che contadini e boscaioli seguivano per andare oltre la fatica del vivere. Se avete in programma una vacanza in Friuli, non c’è guida migliore che questo libro.
Gli occhi di Floramo bambino rivedono la stalla e la latteria, la malga e le chiese. Sacro e profano, cielo e terra, alto e basso, Natura e Umano si mescolano per dare unicità al Friuli. Come quella legata agli asini: la notte di Natale, almeno fino agli inizi del Duecento, era consuetudine che i presbiteri intonassero il Kyrie Eleison Asini con una voce che nel canto gregoriano imitava l’asprezza del raglio e un asino campeggia tra i mosaici dell’Aula Nord della Basilica di Aquileia. Non meno unico, ad esempio, è il culto di San Giovanni Battista, spesso rappresentato con un’aureola di fiori di zucca, quasi una scia dorata per il santo che veglia sulle stagioni e che ha tratti simili al dio Belenos, potente e carismatica divinità panceltica venerata nell’agro aquileiese almeno fino al III secolo d.C. E il 24 giugno, quando si festeggia il santo, è tradizione raccogliere decine di erbe, fra cui felce, aglio, ruta, salvia, cumino, camomilla e rosmarino, artemisia e verbena, per il mac di San Zuan, il mazzo di San Giovanni, potente talismano contro ogni forma di Male, raccolto nel cuore delle tenebre da poco sfumate nell’alba del nuovo giorno.
Le righe si arrampicano fino alle cime della Carnia, si insinuano fra gli insaccati odorosi delle cantine: i confini fra tempo del sacro e del profano sono invisibili, svelano luoghi misteriosi dove tutto prende vita, ricordi, volti, tradizioni. C’è tanta poesia e suggestione in questa terra fortemente matriarcale dove la lingua racconta il vivere. Pustot, ad esempio, indica tutto ciò che non è antropizzato, libero dal controllo dell’umano: è «un’antica parola di ceppo slavo, a ricordare le contaminazioni meravigliose di questa nostra civiltà contadina, cresciuta sul bordo dei mondi, a cavallo tra le culture, le tradizioni, gli accenti che gli antenati disseminarono ovunque: nei toponimi, nel nome degli alberi, dei ruscelli o delle colline».
Ci sono vigneti rigogliosi con vitigni autoctoni, che finiscono ai quattro angoli del mondo, e boschi da curare, come quello in Valcanale controllato dalla diocesi di Bamberga (Baviera). L’Arcivescovado impose regole per il bosco, lo sfruttamento e la protezione con statuti datati 1584, tutti dovevano vivere, boscaioli, carpentieri, bottai, falegnami: «Noi per primi, che siamo i Vescovi reggenti di Bamberga, vogliamo emanare codeste leggi per proteggere i nostri boschi».
Fonte: Il Sole 24 Ore