Crescere internazionali (e informati) oltre la retorica della fuga: il progetto Stem24

Crescere internazionali (e informati) oltre la retorica della fuga: il progetto Stem24

Il nostro PIL è raddoppiato negli ultimi vent’anni e cresce di solito ogni anno oltre il 3 per cento. Il che consente un aumento dell’occupazione, dei salari, del numero di imprese, dei progetti che si possono realizzare. Già, perché le statistiche sul “nostro PIL” non si riferiscono necessariamente al vituperato “zero virgola” italiano ma possono riguardare il PIL del nostro mondo intero. Abituati fisiologicamente a un certo localismo, il punto di vista globale può essere un’idea meno che immediata, ma una volta che si assume come riferimento la dimensione internazionale, l’economia appare in una forma molto più ricca di opportunità. Che si possono cogliere nel contesto tecnologico e sociale contemporaneo, con un buon equilibrio tra costi personali e ricavi professionali: purché si trovi il modo di informarsi bene.

Perché occorre intendersi: per accedere alla dimensione internazionale delle opportunità non è necessario abbandonarsi all’ottica dell’emigrazione. Si può fare di meglio e di più. Nel mondo contemporaneo si possono cercare all’estero le risorse – finanziarie, esperienziali e conoscitive – che servono per migliorare le proprie prospettive di vita senza obbligatoriamente dover perdere le radici culturali, senza traumaticamente rescindere i contatti con la società di origine, senza tagliare i ponti e anzi programmando un rientro a medio termine. Il che, forse, abbatte le barriere psicologiche all’accesso alla dimensione internazionale: ma anche per questo, occorre informazione per definire gli obiettivi, facilitare le scelte, chiarire i passi da compiere.

Certo, la narrativa della fuga dei giovani italiani all’estero è certamente motivata e significativa, ma segnala un’abitudine interpretativa forse superata. Due grandi studi recenti hanno quantificato il fenomeno. La Fondazione Nord-Est e l’Istat hanno mostrato come nel decennio successivo al 2011, 352mila giovani italiani tra i 25 e i 34 anni, sono andati a vivere all’estero. E di questi 132mila erano laureati. Si tratta di emigrazione o di una sorta di periodo di esperienza internazionale programmato? Per una parte almeno di questi giovani, in effetti, sembra valere la seconda ipotesi, a giudicare dal fatto che i rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono stati circa 104mila, di cui oltre 45mila laureati e che, probabilmente, ci sono anche rimpatri di persone che hanno superato i 34 anni.

Del resto, le motivazioni di chi ha operato questa scelta non sono proprio quelle che si spiegano con una “fuga”. È pur vero che le ragioni di “scappare” non mancano: i salari offerti ai giovani italiani, specialmente ai laureati, sono dolorosamente inferiori a quelli che si possono trovare in qualsiasi altro paese europeo o nel nord America. Ma – forse sorprendentemente – non è a questo che pensano i giovani, a giudicare dallo studio della Fondazione Nord-Est per il quale solo il 10% dei giovani che scelgono la residenza all’estero lo fanno per cercare una retribuzione migliore. Piuttosto dichiarano di cercare esperienze formative, opportunità di crescita professionale, qualità della vita. Insomma, sono attratti da paesi – come Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Brasile, Stati Uniti, Paesi Bassi, Belgio e Australia – che dedicano attenzione ad attrarre i giovani, per la ricerca scientifica, per lo stile di management, per le risorse offerte all’imprenditorialità, per lo spirito vitale che riescono a coltivare.

Fonte: Il Sole 24 Ore