
Dai dazi sull’acciaio un colpo alla manifattura
Organi di trasmissione e motori elettrici. E poi motocicli, posate e pompe, gru e raccordi, utensili a mano, tavoli e sedie, tubi e tosaerba.
L’elenco di prodotti, già corposo in origine ma ulteriormente ampliato a metà agosto con altri 407 codici, arriva a coinvolgere miliardi di export verso gli Stati Uniti, prodotti di più categorie soprattutto della meccanica che si trovano ad affrontare dazi superiori rispetto al 15% medio negoziato in sede Ue.
Se infatti nella prima amministrazione Trump i dazi sull’acciaio erano stati di portata più limitata, oggi l’aggravio del 50% si estende alla componente di acciaio (e alluminio) presente in centinaia di codici diversi, prodotti per i quali si palesa un extracosto non solo economico ma anche burocratico, in termini di dichiarazioni e certificazioni aggiuntive. «L’impatto per le nostre categorie è rilevante e insostenibile – spiega il presidente di Anima Pietro Almici – e ci attiveremo subito per portare il tema all’attenzione della politica: ci avevano “venduto” un accordo al 15% ma in realtà non è così, se questo è davvero il quadro i dazi reali sono maggiori».
Ad essere coinvolti sono numerose aree dell’elettronica così come della meccanica varia, per prodotti che in molti casi hanno nell’acciaio un componente essenziale, come accade ad esempio per posate e pentole.
«Nell’area dei casalinghi – spiega il vicepresidente di Fiac Andrea Barazzoni – gli Usa valgono il 12% dei ricavi, circa 100 milioni di euro in termini di export e questo aggravio rappresenta un serio problema. Sul mercato c’è molta preoccupazione, noi come azienda cercheremo di limitare l’impatto sul mercato ma aumentare il listino sarà inevitabile. Il problema è duplice, perché al dazio si aggiunge la svalutazione del dollaro, che all’inizio dell’anno era quasi alla parità con l’euro mentre oggi il rapporto è 1,17».
Fonte: Il Sole 24 Ore