Il gap delle aree interne rischia di passare anche dall’esclusione culturale

Il gap delle aree interne rischia di passare anche dall’esclusione culturale

E pure, la forma cooperativa arriva a rappresentare fino al 40% del tessuto produttivo nelle aree interne del Paese, spiega Barni. Realtà diffuse, spesso nate negli anni Settanta e Ottanta, che hanno saputo rimanere sul territorio grazie a una struttura intergenerazionale e radicata. Non solo: realtà che spesso e volentieri rigenerano interi spazi dismessi, portando innovazione in luoghi in via di abbandono.

«Queste cose non vengono valutate nella ripartizione dei fondi. Non viene riconosciuta la capacità di rigenerare spazi, coinvolgere le comunità, creare occupazione stabile (non solo per attori e artisti, ma anche a tecnici e maestranze), essere presidi culturali in territori in cui esiste solo questo. E poi la possibilità di far crescere i giovani talenti: nel teatro, ad esempio, la maggior parte delle strutture attive per i ragazzi sono cooperative».

La geografia dei presidi culturali non viene presa in considerazione, e anzi: sul totale delle istanze ben 180 sono concentrate in sole tre Regioni: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Mentre restano marginali le presenze in aree come Molise, Basilicata o Valle d’Aosta. Il rischio è quello di rafforzare un sistema a due velocità, che amplifica la distanza tra centri culturali forti e territori deboli.

La riforma del Codice

Il tema si intreccia con la riforma del Codice dello Spettacolo, già slittata – la prima scadenza era prevista al 18 agosto 2025 – e ora attesa per la fine del 2026, dopo che l’Aula della Camera ha approvato, mercoledì 6 agosto, il Ddl di proroga del termine per l’esercizio delle deleghe per il riordino delle disposizioni in materia di spettacolo. Il nuovo termine slitta così al 31 dicembre 2026. «Finora non abbiamo avuto modo di aprire un’interlocuzione con il governo, eccezion fatta per alcune plenarie iniziali, ma auspichiamo di avere un dialogo quanto prima perché nelle aree interne e nei piccoli comuni le cooperative sono spesso l’unica infrastruttura culturale esistente non dilettantistica né volontaristica, ma che crea lavoro. Perché questo ruolo non viene riconosciuto a livello nazionale?».

Tra gli attori che presenteranno proposte di riforma ci sarà anche CulTurMedia, che punta con il coinvolgimento di università, istituzioni e rappresentanze del Terzo settore a superare l’attuale logica del sussidio, in virtù di investimenti o agevolazioni destinati a creare coesione e pluralismo.

Fonte: Il Sole 24 Ore