La bilancia, il pianoforte, il tempo

La bilancia, il pianoforte, il tempo

Una bilancia, con i suoi due bracci, i suoi due piatti, è diversa, molto diversa da un pianoforte. Possiamo chiamarli entrambi strumenti, ma quel che possiamo farne e il gusto che possiamo ricavarne sono proprio in sfacciato contrasto. Ma se questa differenza è palese, perché teniamo così tanto alla bilancia e pensiamo così poco al pianoforte?

La domanda, lo so, appare insensata. Ma vuol rimandare al nodo essenziale del libro di Debora De Nuzzo e all’adattamento che ora Il Sole 24 Ore propone, in queste tre uscite in edicola: il nodo, il varco essenziale è che . La scelta della lingua inglese e il punto esclamativo sono dell’autrice e immagino siano state scelte meditate, perché il work life balance è una vera ossessione dei nostri tempi ed è un protagonista in quell’inglesorum che popola tanti discorsi, modelli e studi sulla gestione delle persone al lavoro (ma qualcosa che dovrebbe riguardare tutti non farebbe meglio a scegliere termini comprensibili da tutti? Mah). Squalificarlo così, questo uorchlaifbalans, fa sospettare da subito, dalle prime pagine del libro, che nel farlo diventare il centro delle nostre aspirazioni ci siamo fatti prendere da una distrazione collettiva, cercando l’eldorado di una , quando potremmo invece trovarci meglio in una . Più pianoforte, meno bilancia. Più armonia, meno pesi e contrappesi.

Ma la ricerca di è possibile? Non è, invece, un’utopia, un miraggio? Non abbiamo tempo, vien da ribattere. Facile a dirsi, ma poi… Poi accettate il mio consiglio, leggete queste prime pagine. Perché partono proprio dalla nostra esagerata attenzione alle incombenze del lavoro e della cura di sé e degli altri, nell’illusoria convinzione di far stare tutto in equilibrio: in realtà, vivendo il lavoro come tempo sottratto alle cure e il tempo delle cure come sottratto al lavoro. Non ci fa stare bene, ma lo accettiamo come fosse un castigo meritato. Le pagine che seguono provano a dirci che possiamo affrontare diversamente la bilancia e persino cavarne qualche suono, neanche fosse un pianoforte.

Perché la prima tappa di questo percorso in tre tempi, in tre uscite, è proprio il tempo. Perché il modo in cui pensiamo al tempo, spiega De Nuzzo, è la prima cosa da verificare. Agende, post-it, sveglie impostate sui telefoni: possiamo scrivere e riscrivere la lista delle cose da fare, il tempo non basta mai. Ma forse perché ce lo immaginiamo infinito, per scoprire poi che non lo è affatto. È . Oh, caspita, e quel che non ci sta? Resta fuori, ci dice la nostra guida, . Semplice ma, se guardiamo nelle nostre giornate, rivoluzionario. Anziché preoccuparci di non avere tempo a sufficienza, possiamo chiederci quanto tempo ci serve per quel che dobbiamo / possiamo / vogliamo fare. E usare al meglio quel tempo.

Fonte: Il Sole 24 Ore