
L’albero dei Boggiano coltiva la libertà
La memoria e le radici, l’oppressione e la libertà, la passione e la ricerca: c’è tutto in questa storia cubana (ma non solo) che racconta il cammino compiuto da decine di uomini e donne a partire da una parola. Un cognome, per l’esattezza: Boggiano. La “passione” e la “ricerca” sono quelle di Cristiano Berti, professore all’Accademia delle Belle arti di Macerata e artista visivo. Il “cognome” è quello di un commerciante e proprietario terriero nato a Savona nel 1778 e morto a Cuba nel 1860, Antonio Boggiano. Berti ha seguìto i suoi passi, è andato a Trinidad, si è imbattuto in un proliferare di “Boggiano”, ha studiato e ricostruito l’albero genealogico immenso che si è sviluppato nel corso del tempo e che è diventato un’installazione su due pareti nella galleria Guido Costa Projects, a Torino. Ha scritto un saggio (Eredi Boggiano, Quodlibet 2022) in cui condensa un lavoro durato cinque anni. Ha filmato i volti di alcuni dei tanti Boggiano con cui ha parlato e l’ambiente in cui vivono (anche questo filmato è disponibile nella galleria). Perché? Che cosa lo ha spinto a dedicarsi a tutto questo?Qui entrano in gioco gli altri elementi di questa vicenda.
Il lavoro di scavo di Berti – negli archivi storici, nelle biblioteche, nei registri parrocchiali – conduce in un tempo in cui la vergogna della schiavitù non era considerata tale. Chiusi nelle baraccopoli, sfiniti dallo sfruttamento, esposti alle epidemie, gli schiavi africani avevano una vita media bassissima. Le ribellioni erano ferocemente represse e quando tentavano di fuggire rischiavano la vita, costretti a nascondersi in territori selvatici e insidiosi. Se catturati, sapevano di avere i minuti contati. Nei primi anni dell’800 l’intraprendente e ambizioso Antonio Boggiano era il proprietario di una piantagione di caffè, la Nuestra Señora de la Misericordia, nella zona di Polo Viejo, sulle montagne a ridosso di Trinidad. Due mogli, nove figli (due dei quali morti in fasce) e una vita agiata, la sua, accompagnata, per cinquant’anni, dal possesso di schiavi arrivati dall’Africa. Fu lui a commissionare un altare in marmo per la chiesa più importante della città, la Iglesia Mayor, dedicata alla Santísima Trinidad.
Come previsto dalla legge non scritta vigente nelle colonie spagnole, gli schiavi acquisivano come secondo cognome quello del padrone: dai libri parrocchiali, risulta che nella piantagione di Boggiano ciò sia avvenuto per 51 africani, 58 africane, 57 creoli e 67 creole di cui Berti ricostruisce parentele, matrimoni, battesimi, tipologie di “servizio”, tutto quel che è possibile per restituire loro un’identità. La consuetudine stabiliva che gli schiavi potessero recuperare la libertà a fronte del pagamento di una somma di denaro, un atto pubblico registrato negli antichi libri notarili di Trinidad. Comincia così pian piano il riscatto dei Boggiano (quelli che non erano stati venduti ad altri proprietari: le compravendite erano frequenti), determinati a cambiare il proprio destino e a vivere con dignità.
La prima che ne fa richiesta, nel 1822, è María de Jesús Boggiano: sborsa ben cinquecento pesos; a lei faranno seguito Felipe (650 pesos), Teresa, Esteban e altri. Dalla loro nuova condizione di liberi nasceranno i discendenti di Boggiano che hanno popolato questo territorio e ancora oggi sono lì. Lo mostra benissimo l’installazione di Berti a Torino, un esteso (17 metri) e spettacolare reticolato di tessere di resina fatte a mano che riportano nome, cognome, data di nascita e morte (in alcuni casi mancano, laddove non si è potuto rintracciarli: nel mezzo ci sono state la rivoluzione cubana e le ondate migratorie). L’ultimo nato è del 2023. In basso, accanto ai nomi più recenti, ci sono anche delle fotografie che ritraggono parte dei Boggiano con cui Berti ha parlato.
Alcuni di loro compaiono nel video di 35 minuti intitolato Pero está por ahí, ¿no?, girato a Polo Viejo, dove il villaggio che c’era un tempo è stato in gran parte inghiottito da una vegetazione impetuosa. Si susseguono voci e volti di persone che vivono con poco, capaci di trasmettere il vissuto degli antenati di quella piantagione di caffè scomparsa da oltre un secolo. Al pari dell’installazione, testimoniano il passato di chi ebbe la forza di emanciparsi dalla schiavitù e il presente di chi porta quel cognome: non più un marchio di cui vergognarsi ma un segno di libertà.
Fonte: Il Sole 24 Ore