
“Le pays d’Arto”, Locarno Film Festival apre sotto il segno del cinema impegnato
Parte forte “Le pays d’Arto”, attraverso la metafora di un treno che si ferma, simbolo di un percorso durante il quale la protagonista avrà poco aiuto dalla società e dalla burocrazia che la circonda, mentre dovrà affidarsi molto di più alle persone che potranno accompagnarla in questo viaggio.
Lo spaesamento nel trovarsi di fronte il ricordo di un uomo che ha amato intensamente e che ora sembra non conoscere più è del tutto credibile e trattato con la giusta delicatezza da una sceneggiatura che funziona bene nelle fasi iniziali.
Lungo il percorso, un po’ come la protagonista, anche il film subisce però alcune fermate inattese, perdendo ritmo nella parte centrale e procedendo in maniera altalenante tra momenti toccanti (le scene accompagnate da musica e canzoni) e altri eccessivamente forzati (la facilità di entrare in certi luoghi senza che le vengano poste troppe domande).
Il risultato è discreto, soddisfacente senza però quella forza drammaturgica che avrebbe reso “Le pays d’Arto” ancora più urgente e incisivo.
I contenuti, però, restano di primo livello, così come il lavoro di un cast capitanato da Camille Cottin e in cui sono presenti anche due comprimari di lusso come Zar Amir Ebrahimi e Denis Lavant.
Fonte: Il Sole 24 Ore