
Rinnovabili, nel decreto FerX lo stop del Governo ai componenti cinesi
È entrato in vigore il decreto del ministero per l’Ambiente che, per la prima volta in Italia e in Europa, introduce criteri per incentivare l’istallazione di pannelli fotovoltaici e i loro componenti prodotti nell’Unione europea escludendo espressamente i prodotti fabbricati e assemblati in Cina.
Il provvedimento riguarda la seconda tranche del decreto FerX, con il quale nel corso dell’estate sono state riavviate – dopo diversi anni di attea – le aste per gli incentivi agli impianti fotovoltaici, in particolare quelli di grandi dimensioni.
L’approvazione (lo scorso 4 agosto) e la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta ufficiale in tempi rapidi, dopo una trafila di via libera da parte della Corte dei conti e dell’Arera, consentirà il varo delle regole operative delle aste, alle quali stanno lavorando Mase e Gse, con tutta probabilità già la prossima settimana, con l’obiettivo di indire la competizione entro metà settembre.
A differenza della prima tranche del decreto FerX, destinato a fornire incentivi a impianti rinnovabili fino a un massimo di circa 15 gigawatt e a fronte di offerte al ribasso sul prezzo d’asta, il nuovo provvedimento è limitato a un contingente di 1,6 gigawatt di impianti fotovoltaici che devono essere realizzati con pannelli con caratteristiche specifiche. Il modulo fotovoltaico non deve essere assemblato in Cina; le celle fotovoltaiche non devono essere originate dalla Cina: gli inverter non devono essere originari della Cina e almeno uno dei componenti di una lista di componenti di tecnologia solare non deve essere prodotto in Cina. L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di supportare la produzione europea di pannelli, inverter e altre componenti in base al criterio – riconosciuto e approvato alla Commissione europeo come criterio ulteriore rispetto a quello del prezzo – della resilienza dell’Unione europea. Dunque, nella sostanza, lo scopo è quello di rendere l’approvvigionamento e la produzione meno dipendenti da altri paesi. L’ammissione di questo criterio sarà l’elemento che consentirà agli istallatori di ottenere un incentivo più alto di quanto sarà riconosciuto sulla prima tranche del FerX, anche perché i prodotti made in Europe sono più costosi. Sul territorio dell’Unione ci sono molti produttori di inverter, anche in Italia, e di altre componenti. Le fabbriche di pannelli, invece, sono poche: in Germania ce ne sono alcune, anche se la più importante, la Meyer Burger di Friburgo, ha annunciato nelle scorse settimane l’intenzione di chiudere i battenti, per quanto abbia un ampio magazzino smaltire. Alcuni progetti sono stati avviati in Francia, mentre in Italia c’è l’impianto 3Sun a Catania del gruppo Enel.
Nel caso della prima asta FerX, per la quale è già stata presentata una domanda molto elevata, il range di prezzo come base d’asta oscilla tra 62 e 95 euro a megawattora. Le previsioni del ministero per l’Ambiente e del Gse puntano su una richiesta molto forte, tale da portare il prezzo attorno a 65 euro a megawattora. Nel caso del secondo provvedimento del FerX le aspettative sono che il prezzo si attesti verso la parte alta della forchetta, attorno a 90 euro a megawattora. Dopo l’approvazione del decreto sulla seconda tranche del FerX è scattato l’interesse degli operatori del mercato, anche perché la forte domanda sulla prima tranche renderà più difficile assicurarsi l’aggiudicazione degli incentivi, mentre sulla seconda potrebbe aprirsi qualche opportunità in più. Per potersi approvvigionare di pannelli e componenti made in Ue d’altro canto c’è tempo: il decreto prevede che gli impianti per i quali si ottiene l’aggiudicazione debbano essere realizzati entro due anni. Le gare per questo FerX (detto anche FerX transitorio perché è una parte di un pacchetto più ampio) si dovranno concludere entro il 31 dicembre 2025. Non è da escludere che il nuovo provvedimento rappresenti il primo passo per ulteriori aste che sostengano la produzione europea e si svolgano nei prossimi anni. Del resto, questo approccio è in linea con la strategia varata da Bruxelles con il Clean Industrial Act e con la revisione del Public Procurement Act, nell’ambito della quale si ragione sull’opportunità di supportare la produzione made in Ue negli appalti pubblici.
Fonte: Il Sole 24 Ore